#7 | L'illusione della neutralità
In cui costruisco un intreccio tra forbici, biciclette e storia della moda nel riflettere sul rapporto biunivoco tra noi umani e le tecnologie
Non so quante persone, tra voi che leggete, sono mancine. Più o meno una su dieci, dicono le stime più recenti. Oppure una su due, se fate parte dei Beatles. E comunque, anche se il mancinismo non vi tocca direttamente, sono sicura che abbiate un’amica, un parente, una fidanzata o un collega mancino e che, prima o poi, vi sia successo di osservare costei o costui barcamenarsi con un paio di comunissime forbici. Nel mio caso, con un mancino ci convivo, quindi sono particolarmente ferrata sul tema, ma, se volete una spiegazione molto dettagliata del perché e del percome non sia facile adoperare delle forbici con la mano sinistra, vi consiglio questo video1. Ed eccoci quindi al punto: le forbici, con la loro spiccata asimmetria, sono un ottimo esempio di quanto la neutralità della tecnologia sia una pia illusione.
Un mondo in cui il mancinismo è oggetto di discriminazione2 non è un mondo poi così lontano nello spaziotempo: fino a trenta o quarant’anni fa non era affatto raro che, a scuola, chi cercava di scrivere con la mano sinistra venisse “corretto” da maestre molto volenterose (e altrettanto incompetenti). Portiamolo all’estremo, e immaginiamo che, anziché cercare di correggere, le maestre fossero costrette dalla legge a segregare i mancini in scuole apposite: in un mondo del genere, le forbici così come le conosciamo che connotazione assumerebbero? Continuerebbero ad avere quell’area innocua (a parte l’hitchcockiano Delitto perfetto, ovviamente)? Certo che no: sarebbero uno strumento di potere, di soggiogazione di una minoranza che, per tagliare un foglio di carta (o, nel caso del capolavoro di Hitchcock, uccidere qualcuno) sarebbe costretta a rivolgersi a un destrimane.
La tecnologia non è la Svizzera
Secondo il Nuovo De Mauro, neutralità significa “non prendere posizione nell’ambito di una controversia”. Un esempio eccellente è quanto troviamo scritto sul sito istituzionale della Confederazione elvetica: “In quanto Stato neutrale, la Svizzera non partecipa a conflitti tra altri Stati, non fornisce aiuti militari e non stringe alleanze belliche”. E’ super partes, insomma.
Ma la tecnologia non è mai neutra, né lo può essere. È modellata dai pensieri e dalle azioni umane e, in quanto tale, è del tutto contingente. Come racconta Diletta Huyskes nel suo recente Tecnologia della rivoluzione (Il Saggiatore, 2024), ogni invenzione - dal gabinetto al forno microonde, fino all’intelligenza artificiale - “è il risultato di scelte precise, valori e compromessi umani che causano forti impatti sulla società”.
Per convincersene, non c’è nemmeno bisogno di parlare di algoritmi biased, dove a ogni angolo si annidano pregiudizi che sono stati inseriti inconsapevolmente da chi li ha programmati oppure che emergono direttamente dai dati usati per l’addestramento; ne abbiamo parlato e ne riparleremo, ma il problema dell’illusione della neutralità della tecnologia è molto più vecchio e radicato di così. Diletta, nel suo libro, parla a lungo della storia del forno a microonde, che è per molti versi sbalorditiva; ma anche le forbici sono un ottimo esempio: in una società in cui la maggior parte degli individui fosse mancina, anziché destrimane, la loro forma sarebbe probabilmente invertita rispetto a quella che conosciamo — o forse, sarebbe proprio del tutto diversa, chissà.
La tecnologia ha impatti non prevedibili
Per sottolineare quanto la tecnologia può influire sulla società in modi assolutamente imprevedibili, vorrei prendere come esempio la storia della bicicletta, la cui evoluzione strutturale è raccontata nel dettaglio in questa serie di brevi articoli sul sito della Smithsonian Institution ed è illustrata nell’immagine di seguito:
Prima del 1890, montare su una bicicletta (soprattutto su quella che nell’immagine è definita, per ovvie ragioni, high-wheel bicycle) era considerato alla stregua di uno sport estremo; non proprio la tuta alare, magari, ma nemmeno una passeggiata nel corridoio di casa (mattoncini di Lego sparsi ovunque a parte, almeno per quanto mi riguarda). L’invenzione della cosiddetta safety bicycle (anche in questo caso, poca fantasia ma molta concretezza, nella scelta del nome) ebbe invece un impatto enorme anche sull’emancipazione femminile. La sua forma, infatti, consentiva di salire in sella persino con le enormi gonnellone di moda a fine Ottocento, e permetteva di pedalare — non oso immaginare con quanta fatica, nonostante quello che scrivevano i pubblicitari — anche indossando un (apposito) corsetto.
Chiunque di voi abbia provato a salire su una bicicletta da corsa (o anche su certe mountain bike) non dico con la gonna, ma anche soltanto con un paio di pantaloni non super elasticizzati, sa che cosa può implicare avere un indumento costrittivo: è scomodo, certo, ma è anche potenzialmente pericoloso, perché rende il nostro corpo meno reattivo di fronte a qualsiasi imprevisto. Ma con la safety bike, nessun problema: liberi, anzi libere di spostarsi a proprio piacimento senza neanche dover mostrare un centimetro di pelle degli arti inferiori, così come era imposto dai costumi dell’epoca. Ma anche libere di cambiare le cose, un centimetro di stoffa alla volta.
Se, com’era prevedibile, c’era chi riteneva la bicicletta un potenziale “elemento corruttore dell’innocenza delle donne”, per fortuna c’era anche chi, come Susan B. Anthony, scriveva che “la bicicletta aveva contribuito all’emancipazione femminile più di qualsiasi altra cosa al mondo”. Con la diffusione della bicicletta, infatti, cominciarono a essere riproposti i bloomers: una specie di pantaloni alla turca che a metà del secolo erano stati scelti dalle suffragette americane come simbolo del movimento.3 Data la loro forte connotazione politica, tuttavia, molte cicliste preferivano non usarli, anche perché le passeggiate in bicicletta, un po’ come le “vasche in centro” della mia adolescenza, potevano essere un’ottima occasione per incontrare possibili corteggiatori, che magari non avrebbero apprezzato lo statement implicito. Fosse quel che fosse, ecco nascere, grazie alla bicicletta, tutta una serie di nuove proposte modaiole: gonne-pantalone, gonne che arrivavano a metà polpaccio, gonnelline al ginocchio da indossare sopra i bloomers per nasconderli… Mary Quant non sembra più così assurdamente lontana.
Dalla crinolina alla minigonna (o quasi): anche questo può essere l’effetto dell’evoluzione di una tecnologia. E che cosa ci sarebbe di neutrale, in tutto ciò?
SapEvatelo: tre cose che mi sono piaciute
Mi è piaciuto assai introdurre Diletta Huyskes quando ha presentato il suo libro Tecnologie della rivoluzione al Festival della Scienza di Genova, nella magnifica Sala del Minor Consiglio di Palazzo Ducale che potete ammirare in questa foto (io sono quella tutta scura, a destra). Come avrete intuito, è stato questo incontro a ispirare i contenuti della newsletter di oggi. Se vi interessa approfondire gli aspetti sociologici del nostro rapporto con la tecnologia (da una prospettiva dichiaratamente femminista) seguitela anche qui su Substack.
A ottobre ho letto un libro che parla di intelligenza artificiale ma è stato pubblicato nel 2020, quindi qualche tempo prima che Chat-GPT e le sue “compari” diventassero pervasive. Mi è piaciuto, oltre al libro di per sé, che è estremamente chiaro in tutte le sue argomentazioni, il fatto che già allora — e a scrivere “allora” mi sembra di riferirmi a un passato remoto, mentre sono appena quattro, cinque anni fa, anche se forse è proprio questo che succede, nelle rivoluzioni: la linea del tempo si contorce. Mi è piaciuto il fatto che già allora, scrivevo, degli esperti sentissero il bisogno di sottolineare con una certa enfasi tutti i numerosi limiti intrinseci del deep learning e di un approccio all’apprendimento cumulativo e basato sulla statistica. Il libro è Rebooting AI: building Artificial Intelligence that we can trust, di Gary Marcus ed Ernest Davis (Knopf Doubleday, 2020). Marcus ha studiato con Steven Pinker, e in certi tratti del libro la cosa traspare eccome; motivo in più per cui sono rimasta a bocca aperta, e mi sono anche arrabbiata non poco, quando gli autori hanno liquidato la traduzione come un’attività che l’IA riesce a fare con risultati accettabili; ma di questo magari parlo più diffusamente in una prossima newsletter.
Per concludere, ho trovato molto interessante questa intervista al recente premio Nobel per l’Economia Simon Johnson. Si parla di possibili impatti dell’intelligenza artificiale sul mondo del lavoro e sul benessere delle persone partendo da una prospettiva che nelle cose che leggo di solito non viene mai presa in considerazione, ossia quella storica: “Limitarsi a dire ‘Abbiamo inventato questa [tecnologia]. Avrà effetti strabilianti’ è un po’… Be’, diciamo che molte persone hanno pronunciato una frase del genere. La storia dimostra che le cose sono molto, molto più complicate di così”.
Ed eccoci alla fine. Questa volta ho rispettato una cadenza bimestrale, anche se nei miei sogni più sfrenati, quelli che faccio alle quattro di notte nel dormiveglia, quando il mio gatto decide che è ora di giocare e inizia a miagolare per tutta casa, vorrei arrivare a scrivere una newsletter al mese, più o meno. Vediamo come va :)
A presto,
Eva
Video che è la dimostrazione del fatto che, sui social, c’è veramente spazio per tutte le passioni: il canale a cui appartiene è di una fabbrica di forbici e producono contenuti sul tema con una varietà e prolificità che personalmente gli invidio assai.
Se vi interessano lateralità e mancinismo, Right Hand, Left Hand di Chris McManus è un testo imperdibile. Anni fa cercai di farlo tradurre in italiano, ma purtroppo il progetto non andò in porto perché all’ultimo la casa editrice rinunciò a fare uscire la collana in cui sarebbe stato inserito. Però, se leggete in inglese, l’edizione elettronica costa pochi euro. Merita.
Dettaglio: mentre leggevo l’articolo di The Atlantic che ho linkato nel testo, dedicato alla storia dei bloomers, la pagina web era costellata di immagini pubblicitarie di una famosa marca di biancheria intima femminile, cosa che mi ha letteralmente sbattuto in faccia come la quantità di centimetri di pelle che è considerato opportuno mostrare in pubblico sia anch’essa, come le tecnologie, assolutamente contingente.
CREDITS: musica della versione audio: Farmer Marcus - Lonely.mp3 via Fontoyard - Attribution 4.0 International License.






